Sacha. Censo

“CENSO” mostra personale di Sacha
accompagnata da un testo critico di Lucia Presilla

Dal 23 al 30 giugno 2015

“L’endoscheletro vertebrale si flette e s’incurva, annodandosi in una lunga treccia bianco-marrone. Piccoli vasi contengono semi e piante secche. Simulacri di giochi impossibili in una stanza abitata da memorie: germogliano bulbi vetrificati, si dipanano filamenti organici, ramificano linee nell’aria sospesa. Il sentiero intrapreso da Sacha parte da lontano: dall’eredità di una figura materna che sorride in un’oasi di inconsapevolezza, nel video che apre la mostra. Lacerti di un passato che si affaccia sul presente, nella levità di un bianco e nero svaporato, ritmato sulla frequenza del suono meditativo, un meccanico oṃ.L’eredità è un filo sottile, un insieme di gesti e abitudini, beni materiali, assiomi culturali, patrimonio genetico.

Le sculture di Sacha si situano sul crinale tra organico e inorganico: sono tessuti vertebrali cresciuti secondo traiettorie allotrie, occupando spazi lasciati vuoti, mimando movimenti ed equilibri instabili. L’eterno femminino trasuda dalle anatomie, dal senso di rigenerazione e accrescimento, in un reciproco compenetrarsi di mondo animale e vegetale, tra echi psichici e richiami uterini. Studiate alchimie danno luogo a un corallo artificiale, che riveste panni intrecciati e aggrovigliati della cui primigenia morbidezza non rimane traccia. E’ una struttura al contempo rigida ed elastica, che aiuta il corpo – sotterraneo leitmotiv della mostra – a mantenere un armonico bilanciamento e a respirare il mondo. Gli si gonfia intorno, aerea nicchia calcificata che richiama l’organo riproduttivo femminile. Tornano in mente gli inquietanti, giganteschi “Abakans” di corda dell’Abakanowicz, manufatti di canapi fittamente annodati nei quali l’intimità si trasforma in assunti concettuali di rara potenza espressiva. Qui sono le impalcature antropomorfe a ingenerare turbamento, come nell’altalena ammantata dello stesso candore gessoso che investe l’ambiente: un oggetto oscillante che gioca sull’ambiguo binomio piacere-morte.

Sulla parete si dipana la personale wunderkammer dell’artista, fitta di appunti. Bulbi oculari e strumenti chirurgici, piante che sviluppandosi si incolonnano come le intelaiature dei corpi umani, propagazioni di nomenclature, alberi genealogici, spinosi fiori secchi appesi: schizzi di coccigi si alternano a brandelli di stoffa ricamata e frammenti autobiografici, immagini di un tempo trascorso e ancora affiorante. Ogni oggetto, ogni porzione di spazio appare intrisa di richiami simbolici: la narrazione segue il ritmo lento dell’evoluzione, degli schemi che si perpetuano per generazioni, schemi di sviluppo vegetale e crescita individuale, di eredità familiare e trasmissione materiale di beni e valori. Il tutto indirizzato a una vita nascente, pronta a inserirsi nel fluire e germogliare continuo dell’esistenza. Così almeno paiono suggerire la lettera che introduce il percorso, lasciata a una ipotetica discendente, e il messaggio che la suggella, rivolto alla progenitrice, “bisnonna, nonna, madre e donna”, “colei che ha gettato il seme”. (Lucia Presilla)

SCARICA IL TESTO DI LUCIA PRESILLA

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *