Presentazione del libro L’ARTE INCONTRA IL GIOCO – I AMatrice | Testo critico in catalogo di Roberta Melasecca

Presentazione del libro
L’ARTE INCONTRA IL GIOCO
I AMatrice
A cura di Velia Litteria
Con la partecipazione degli artisti 
Roberta Morzetti, Angelo Savarese, Stefano Trappolini e Alberto Timossi

 15 giugno 2019 | ore 11:00
Parco Giochi Don Giovanni Minozzi di Amatrice

In catalogo testo critico di Roberta Melasecca “Il tempo della resilienza”

Testi
Alessandro Gnocchi Chiara Gamberale Sergio Pirozzi Antonio Fontanella Emanuele Martinez Francesco Andreani Velia Litteria Roberta Melasecca Emanuele Martinez Roberta Morzetti Angelo Savarese Stefano Trappolini Alberto Timossi Bambini di Amatrice Antonella Alberici

 

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Il tempo della resilienza
di Roberta Melasecca

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. (Cesare Pavese, La luna e i falò)

Paese deriva dal latino pagensis – campagna, territorio – da cui anche paesaggio, parola ricca e composita, oggetto di innumerevoli interpretazioni e studi. Secondo la semiologa francese Jeanne Martinet, il concetto di paesaggio prende corpo nella lingua neerlandese, dalla seconda metà del XV secolo, con il termine landshap, parola che i pittori fiamminghi utilizzavano al fine di spostare il focus di interesse dalla rappresentazione al modello rappresentato. L’ingegnere e geografo francese Yves Luginbühl, padre della Convenzione europea del Paesaggio, pur confermando l’origine olandese, evidenzia invece come paesaggio sia il composto di lant territorio e scap, equivalente del termine tedesco schaft comunità. Lantscap nasce, quindi, in riferimento alla forma del diritto consuetudinario, meglio conosciuta in inglese come commons, per indicare parti di territorio sfruttate collettivamente in modo da costituire una governance condivisa. La parola paesaggio lega profondamente territorio e comunità e contiene in sé una previsione dell’avvenire, un progetto di futuro. Pagensis e pagus sono radicati anche nel verbo pango che esprime il concetto di habitat: paesaggio allora significherebbe letteralmente “far paese”, rendere e rappresentare la specificità del rapporto tra una popolazione e il proprio habitat, consentendo una comprensione globale di un luogo. Massimo Venturi Ferriolo in Etiche del Paesaggio scrive che l’uomo moderno è uscito nella natura, la cerca e la trova come paesaggio, sintomatico di un nuovo rapporto dell’uomo con la natura nella sua totalità.

Paese è, dunque, spazio fisico e sociale, luogo della memoria, dell’identità; lo si costruisce attraverso percezioni, narrazioni, significati in cui una comunità si riconosce; è realtà naturalistica e antropologica, l’“unità affettiva” che permette ad ognuno di assumere il ruolo di costruttore di una società attiva, creativa e perpetuante nel tempo. All’interno di un paesaggio prendono forma i riferimenti e i cardini attorno ai quali si sviluppa la vita comunitaria, orientata alla generazione di un bene comune, materiale e concreto ma anche spirituale ed immateriale. Nasce così un io collettivo che osserva il mondo circostante da un suo unico e particolare sguardo, così come affermava Donald Winnicot (“Ogni persona ha un punto da cui guarda”).

Il tempo del terremoto, che cresce e si prepara con forze lente e per lo più silenti, sospende in un etere straniante interi paesi, vasti paesaggi, trasformandoli e rendendoli non più riconoscibili alla memoria e alla storia. Con atto violento mina l’identità stratificata: lo sguardo diventa disorientato e quella terra, sangue che scorre nell’intimo dell’essere, ora muta in territorio estraneo, che non accoglie ma allontana, recalcitrante da una persa naturalità. Nel deserto fumante delle pietre e tra la linfa di alberi spezzati, la città, chiesa stretta attorno alle proprie radici, si scopre viva e resiliente, si muove come corpo unico, indaga se stessa per attivare insondate risorse. Inizia un percorso di ricomposizione dei frammenti, di vita e di cemento, attraverso gli strumenti propri dell’uomo, vissuti ed attualizzati in un sistema di condivisione: la ricerca, lo studio, l’arte, ecc.. Tra di essi il gioco assume un posto di rilievo e si ripercuote su numerosi ambiti della vita di relazione: dal XX secolo, infatti, numerosi studi hanno evidenziato come il gioco, possedendo una finalità esplorativa, esercitativa, simbolica, organizzativa, costruttiva e regolativa, non sia solo attività ludica riservata ai fanciulli e agli adolescenti ma, inserendosi nelle funzioni dei grandi sistemi del nostro corpo, concorre a limitare i processi di invecchiamento, a favorire lo sviluppo di rapporti positivi con gli altri e con l’ambiente. Amatrice sceglie di iniziare un percorso di ricostruzione e rigenerazione con il gioco e con l’arte, attività umane che stimolano legami, riconnettono identità perdute, ripristinano le reti sociali, amplificano il senso di appartenenza mediante l’intimo valore simbolico e metaforico. E così le installazioni nel nuovo Parco Giochi “Don Giovanni Minozzi”, realizzate da Roberta Morzetti, Angelo Savarese, Alberto Timossi e Stefano Trappolini, hanno la dimensione e il sapore del racconto, di una narrazione altra, di una nuova storia che la collettività tutta vuole dichiaratamente incidere in uno spazio compartecipato. 

Bona Dea 2018 di Roberta Morzetti è una rielaborazione della Grande Madre, divinità femminile primordiale presente in quasi tutte le mitologie: rappresentazione di essa è la Madre Terra, dea della Natura e della Spiritualità, fonte divina di ogni nascita e rinascita, il cui potere risiede nell’acqua, nel mondo minerale, vegetale ed animale. Per Jung l’archetipo della Grande Madre è la magica autorità del femminile, la saggezza e l’elevatezza spirituale che trascende i limiti dell’intelletto; ciò che è benevolo, protettivo, tollerante; ciò che favorisce la crescita, la fecondazione, la nutrizione; i luoghi della magica trasformazione, della rinascita; ciò che è segreto, occulto, tenebroso; l’abisso, il mondo dei morti. E così l’artista cosparge la chioma della Madre Terra di quel che rimane della morte e della distruzione, simboli di un futuro spezzato, ma anche di fiori e frutti, evidenza di una rinascita, di una autoguarigione e autorigenerazione. La sorregge con le mani, aperte ed accoglienti, in un tentativo di riconciliazione tra l’uomo e la natura. Sul retro dell’opera, su di una grande lastra colorata, le parole di Chiara Gamberale, tratte dal testo Vita nel racconto Una gravidanza, sanciscono il contatto e il contratto ormai ristabilito, dove vita e non vita sono corpo della stessa effigie. 

Memoria di Angelo Savarese è un piano verticale di 72 tessere di un variopinto puzzle che sacralizza il passato e inneggia al futuro. Ogni frammento prende vita sulla perdita e sull’assenza, si trasforma nell’immagine della parola e si materializza nei nomi di battesimo di chi è stato sommerso dalla natura non più complice. In questo gesto dichiarato, la città diventa garante della memoria, ma anche testimone di un percorso di crescita nel quale la luce, declinata nello spettro dei colori, penetra attraverso le linee e i bordi. Il frammento, alla stregua di un elemento della pratica del kintsugi, diventa trama preziosa, non più da nascondere ma da mostrare in tutta la sua forza e potenza generatrice e distruttrice, dove convivono gli opposti, integrità e rottura, ricomposizione e costante mutamento. L’artista, nello scomporre e riconnettere, declama la transitorietà delle cose in un flusso temporale indistinto e nell’accettazione di tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto (cit. Richard R. Powell).

Tracce di Alberto Timossi irrompe su un fondale candido e trafigge la superficie della vita con cinque elementi rossi, infuocati, distorti dalla storia. In un fluido movimento, stagliati verso il cielo, i tubi, provenienti dalla cultura industriale, connettono un tempo mutante e assurgono a figurazione del vissuto. L’artista li plasma e li congela in un attimo sospeso, travalica lo spazio, racconta episodi di passata normalità da cui escono ombre apparentemente simili. Descrive così non-luoghi, risultato delle mutazioni del paesaggio, e definisce luoghi antropologici dove il numero cinque simboleggia la vita universale, la volontà, l’ispirazione, l’evoluzione, il movimento progressivo ed ascendente. Il trapasso del piano visivo procede, dunque, da un sistema di involuzione e discesa ad uno di elevazione e trascendenza, nel quale ogni individuo, microcosmo fisico e spirituale, conserva e trattiene in sé memoria e futuro.

Attraverso il Passato di Stefano Trappolini è la storia condivisa di un iter dove convergono svolte, partenze, ritorni, sentieri visivi vorticosamente impressi. Con i giovani della scuola elementare e media di Amatrice l’artista definisce un rito di passaggio, costruendo sagome colorate in plexiglas, archetipo dell’uomo che cammina verso una strada imprevista, sconosciuta, impervia, e che trova nell’incontro con l’altro la chiave di una resurrezione interiore. E proprio nella dimensione del processo educativo che ha inizio il viaggio come metafora pedagogica, che permette la costruzione di identità culturali nuove e complesse: un dispositivo di crescita interiore, non solo personale. Attraverso il coinvolgimento delle nuove generazioni, l’artista reitera il passato rigenerando il presente e il totem si trasforma in opera collettiva, espressione di un’intera comunità.

Il tempo del terremoto è tempo della resilienza, vento caldo che trasforma e muove, tempo di realtà e oggettività, nel quale sviluppare strategie socialmente rilevanti, assorbire gli impatti, analizzare e comprendere le vulnerabilità, riorganizzare sistemi e modi di vita attraverso linguaggi per esprimere, comunicare, liberare.

Tempo in cui senza rinascita, niente è del tutto vivo. (cit. Maria Zambrano)

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