Federica Luzzi. Giano Bifronte

“Giano Bifronte” di Federica Luzzi
con una presentazione critica di Gabriella Dalesio

Dal 3 all’11 dicembre 2015

“In un poema di Sen no Rikyu, il grande maestro della cerimonia del tè del periodo Edo, XVI° secolo, scrive: La cerimonia del tè, / è soltanto scaldar / l’acqua, / preparare il tè e berlo. / Fa che essa ti scenda nel cuore, / senza più vedere con gli occhi / Né ascoltare con le orecchie.

Che cosa veramente scende nel cuore, che cosa veramente si vede senza più vedere con gli occhi, che cosa si ascolta senza ascoltare con le orecchie e dove è il cuore in cui scende la ritualità della cerimonia? Se il cuore è il centro del nostro essere, nella tradizione zen è la vacuità, la sunjata. Quando c’è perfetta intesa 心から心へ, c’è cuore a cuore, collegato alla A, prima lettera dell’alfabeto sanscrito e la U, l’ultima; il primo suono ‘bocca aperta’ e l’ultimo ‘bocca chiusa’, inizio e fine dell’universo, il ritmo del respiro. Che cosa veramente ascoltiamo o vediamo al momento in cui siamo presenti alla cerimonia se non la vacuità stessa, la perfetta intesa percepita in tutte le cose che risuonano in essa: il fruscio del pennello nella tazza, il tintinnio dei pezzi metallici posti nel bollitore, i gesti del maestro che strutturano, concentrati e leggeri, lo spazio della cerimonia. Per poter percepire la risonanza che si amplifica nella luce filtrata dall’esterno nella stanza, nel cinguettio degli uccelli, nel leggero frusciare delle foglie e nello sciacquio dell’acqua che scorre, occorre predisporsi all’ascolto. (…).

E’ in un recente viaggio in Giappone che ho potuto esperire questa condizione di ascolto condividendola con due compagni di viaggio particolari, artisti ma non solo, Federica Luzzi e Naoya Takahara. (…) E’ di questa testimonianza di un viaggio a ritroso che vorrei scrivere in questi appunti sul percorso interiore che Federica ci mostra in Giano Bifronte. Le opere che lo costituiscono testimoniano di un’esperienza e ci accompagnano lentamente e profondamente a dissolvere e ricomporre tessendo relazioni che al momento del loro manifestarsi erano sconosciute alla stessa Federica. (…) Le cose avvengono ma non sappiamo bene dove avvengono perché ciò che percepiamo è solo la risonanza di un eco e ciò che vediamo è dissolto nel miraggio dell’immagine. (…) Le forme evocate dai semi e dai lavori in legno che uniti alla texture delle trame di fili intrecciati connotano nelle opere di Federica, la presenza dell’eco dei miti, offrono allo spettatore un momento magico di sospensione, un vuoto che attende di manifestarsi come potenza espansiva di vita o potenza distruttrice, perché le stesse similarità sono evocati da una medesima forma che le rinchiude, i bossoli che uccidono.(…)

Ho visto Federica fotografare attentamente quel microcosmo alla ricerca del particolare, un sasso, l’intrecciarsi dei rami, o la luce che trapelava da una fessura, o la texture di una porta di un tempio. Cercare nel microcosmo del particolare la risonanza del macrocosmo: lo spazio stellare in cui da questa distanza vediamo le stelle come semi, il principio di tutte le cose, che come tali spargono la vita ovunque. (…) Le immagini dei semi nei lavori di Federica hanno l’aspetto osseo i cui aculei sono strumento di difesa ed offesa che ne preserva la sostanza, come nel midollo della colonna vertebrale, alla cui base è l’osso sacro (…) Così i semi si mostrano o sospesi nel vuoto stellare, portatori di vita o evocati dai bossoli, potenzialmente distruttivi. Preservati nella loro forma alare essi evocano il mito di Giano Bifronte che in tutte le tradizioni riporta la nostra origine divina a manifestarsi andando oltre il doppio, apparente dualismo delle cose: espansione/distruzione, bene/male, vita/morte.” (Gabriella Dalesio)

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Federica Luzzi, nata nel 1970 a Roma, è laureata in Storia dell’Arte all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Insegna Arazzo – Telaio Verticale alla Scuola “San Giacomo” del Comune di Roma. E’ interessata alla tendenza naturale di un’idea di tradursi in atto e a verificare la polisemia, inclusa l’ambivalenza che un’immagine può presentare in contesti diversi lasciando che questa abbia sempre il medesimo titolo: Shell. Shell è il titolo del ciclo di opere iniziato nel ’99, volutamente non tradotto perché nella lingua inglese corrisponde più esaurientemente alle innumerevoli immagini associative ad esso legate: conchiglia, guscio, involucro, baccello, corazza, squama, scaglia, leggero battello, schema, schizzo di un progetto, cassa interna di feretro, scorza, carcassa, ossatura, apparenza, parvenza, proiettile, granata, cartuccia, bossolo, guardamano, strato elettronico. Principali mostre: SOFA Chicago Contemporary Art Fair 2015; Brown Grotta Gallery, Wilton, USA; Madonna del Pozzo, Spoleto; Galleria Label201, Roma; Vetrina BRECCE per l’Arte Contemporanea, Roma; Bibliothè Contemporary Art Gallery, Roma (con Naoya Takahara); Vetrina Ripetta – Archivio Enrico Crispolti Arte Contemporanea, Roma; 61° Premio Michetti; 25° Biennale della Scultura di Gubbio; 59° Premio Michetti; Fukuoka National Asian Art Museum, Giappone; La Notte Europea della Ricerca, Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, Frascati; 50° Premio Termoli; I° Premio Arti Visive Teofilo Patini, Castel di Sangro AQ. Nel 2014 vince il Premio Montrouge.

Foto: Giorgio Benni

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